Renzo Novatore – Bandiere Nere

Bandiere Nere

I.
Labari neri nel vento
chiazzati di sangue e di sole.
Labari neri nel sole
urlanti di gloria nel vento!

Bisogna ritornare alle origini. Bevere alle antiche sorgenti!…
Bisogna ritornare all’anarchismo eroico, all’arditismo individuale, violento, scapigliato, poetico, decentratore…
E bisogna ritornarci con tutto intiero in nostro istinto moderno, con tutta intiera la nostra nuova concezione di vita e di bellezza; con tutto intiero il nostro pessimismo sano e cosciente che non è rinuncia o impotenza ma fiore rigoglioso di vita esuberante. Noi siamo i veri nichilisti della realtà ed i costruttori spirituali di mondi ideali.
Siamo filosofi distruttori e poeti creatori…

Camminiamo nella notte
con nel cervello un sole;
e con negli occhi ardenti
due immense stelle d’oro.
Camminiamo…

II.
Parecchi anni or sono tutti i re della terra e tutti i tiranni del mondo si avanzarono sulla soglia del tempo, e — vol¬tando le spalle all’aurora — chiamarono — a gran voce — gli spettri del passato: del più tenebroso passato!
Alla voce dei tiranni e dei re si unirono pure le rauche voci di tutti i gran pezzenti dello spirito, dell’arte, del pensiero e dell’idea! — Ed alla voce dei tiranni, dei re e dei pezzenti gli spettri ed i fantasmi risuscitarono dalle lor tombe e vennero a danzare fra noi…
Lo «stato», la «razza», la «patria» furono i macabri nuvoloni che assalirono il cielo, i fantasmi spettrali che offuscarono il sole; che ci rigettarono nella fosca notte del medioevo lontano…

III.
Morte!…
Chi la ricorda ancora la macabra danza del bieco e mostruoso dio della guerra?
Chi ricorda ancora la guerra?
Da oggi a quel giorno molto tempo è passato, ma sopra questa disgraziata, e pur nobile terra, concimata di sterili cadaveri e gonfia di sangue infecondo, nessun vergine fiore ideale fatto di spiritualità e di purezza oggi germina ancora!
No. I fiori che nascono oggi sulle aride zolle di questa terra così vanamente insanguinata non sono fiori di vita rigogliosa capace di grande speranza, di lotte virili, di vigorosi pensieri; ma sono fiori di morte nati nella tenebra, crescenti nello spasimo dell’incoscienza, travolti nell’uragano, trascinati alla deriva del fiume dell’oblio…

Io non sono un sentimentalista… ma ho della guerra un orribile ricordo.
È per lei che ho finito per odiare e poi per disprezzare gli uomini. Prima di disprezzarli e di odiarli ho però raccolto nel mio cuore tutte le lacrime dell’umanità ed ho rinchiuso nella mia grand’anima-sintesi tutto il dolore del mondo…

Anche lo spirito del grande Zarathustra — che è il più vero amante della guerra ed il più sincero amico dei guerrieri — della guerra deve esserne rimasto terribilmente nauseato…
Deve esserne rimasto terribilmente nauseato perché l’ho udito gridare: «Voi dovete cercare il vostro nemico, combattere la vostra guerra, e ciò per le vostre idee!»
E se la vostra idea soccombe, che la vostra rettitudine gridi al trionfo.
Ma, ohimé! la predicazione eroica del grande liberatore a nulla valse!
Il gregge umano non seppe distinguere il proprio nemico né combattere per le proprie idee. (Il gregge non ha delle proprie idee!)
E non conoscendo il proprio nemico né avendo delle idee proprie da far trionfare, Abele morì per Caino un’altra volta.
Fu chiamato a morire ed egli partì; come sempre. Così!
Senza saper dire né Sì né No! Partì da imbelle, da automa, come sempre.
Se avesse almeno avuto la capacità di dire il Sì della volontaria ubbidienza entusiasta — quando non ha avuta la potenza eroica di pronunziare il titanico No della tragica negazione — avrebbe almeno dimostrato di credere nella «causa» per cui combattendo moriva…
ma non seppe dire né sì, né no!
Partì!
Da imbelle, come sempre!
Così…
E partendo andò verso la morte.
Andò verso la morte senza sapere il perché.
Come sempre!
E la morte non attese…
Venne!…
Venne e danzò.
Danzò e rise!
Per cinque lunghi anni…
Rise e danzò sulle fangose trincee di tutte le patrie del mondo.
Macabramente!
Oh, com’è idiota e volgare — feroce e brutale — la morte che danza senza avere sul dorso le ali di un’Idea.
Di un’Idea violenta che scardina e distrugge.
Di un’Idea feconda che genera e crea!
Che cosa stupida e orrenda il morire da imbelli senza sapere il perché.
Noi l’abbiamo veduta — mentre danzava — la Morte.
Era una Morte nera, opaca, senza una trasparenza di luce.
Era una Morte senz’ali!…
Com’era brutta e volgare.
Com’era goffa la danza!
Ma pure danzava…
E come li falciava — danzando — tutti i superflui, coloro che eran di più!
Tutti coloro per cui — dice il grande liberatore — fu inventato lo Stato.
Ma, ohimé, non soltanto quelli falciava…
Sì! La Morte — per vendicare lo Stato — falciò anche dei non inutili. Anche dei necessari…
Falciò anche di coloro per cui la vita era un poema di profondità ove il dolore sublimato cantava un ritornello giocondo…
Ma coloro che non c’erano in più; che non erano superflui; coloro che sono caduti urlando il loro titanico No! ribelle e forte: coloro saranno vendicati.
Noi li vendicheremo!
Li vendicheremo perché eran fratelli nostri; perché sono caduti con negli occhi le stelle; perché morendo hanno bevuto il sole.
Il sole del Sogno.
Il sole della Lotta.
Il sole della Vita.
Il sole dell’Idea!

IV.
La guerra!…
Che cosa ha rinnovato la guerra?
Ov’è la trasfigurazione eroica dello spirito?
Dove sono mai state appese le tavole fosforescenti dei nuovi valori umani?
In quale sacro tempio sono state deposte le miracolose anfore d’oro racchiudenti i gran cuori fiammanti dei geni creatori; degli eroi dominatori — che i frenetici fautori della grande guerra ci avevano promesso?
Ov’è che splende il sole maestoso del nuovo grande meriggio?
Fiumi paurosi di sangue lavarono tutte le zolle del mondo e percorsero urlando tutte le vie della terra.
Torrenti spaventosi di lacrime fecero echeggiare il loro straziante ed angoscioso lamento attraverso i vortici più reconditi e oscuri di tutti i continenti del mondo.
Montagne di ossa e di carname umano ovunque imputridirono nel fango, e ovunque urlarono al sole.
Ma nulla si trasformò: — nulla ci valse!
Solo il verminoso ventre borghese ruttò per sazietà; e quello proletario urlò per troppa fame!
E basta!
Se con Cristo ed il cristianesimo l’anima umana fu sospinta nel freddo e vuoto nulla dell’al di là della vita; con Carlo Marx ed il socialismo fu fatta discendere giù nell’intestino…
Il ruggito che nel dopo guerra rimbombò sul mondo e scosse l’umanità non fu altro che un ruggito ventrista che il socialismo tradì, stroncò, soffocò, strangolò, non appena si accorse che incominciava a colorirsi d’un po’ di contenuto ideale…
Consumata questa suprema viltà, che non ha nome, nacque e s’ingigantì la più bieca, la più fosca, la più nera reazione.
Era logico — naturale — fatale!
Era umano…

V.
L’epoca nostra — malgrado le vuote e contrarie apparenze — è già distesa carponi sotto le pesanti ruote d’una nuova Storia.
La morale bestiale della nostra bastarda civiltà cristiano-liberale-borghese-plebea volge verso il tramonto…
La nostra falsa organizzazione sociale si sfascia fatalmente — inesorabilmente!
Il fenomeno fascista ne è la prova più certa ed inconfutabile.
In Italia come altrove…
Per dimostrarlo non ci sarebbe bisogno che di risalire il tempo ed interrogare la Storia. Ma questo bisogno non c’è! — Il presente parla con abbastanza eloquenza…
Il fascismo altro non è che lo spasimo convulsionario e crudele d’una società in disfacimento che affoga tragi¬camente nel pantano delle sue menzogne.
Perché egli — il fascismo — celebra sì i suoi baccanali con roghi di fiamme e orge malvage di sangue; ma dal fosco crepitìo dei suoi lividi fuochi non si sprigiona una sola scintilla di vivida spiritualità innovatrice; mentre che il sangue che sparge si tramuta in vino, che noi — i precorritori del tempo — raccogliamo tacitamente coi calici rossi dell’odio destinandolo come bevanda eroica per comunicare i pallidi figli della notte e del dolore nella messa fatale della grande rivolta.
Noi prenderemo per mano questi fratelli nostri per marciare assieme ed assieme salire verso nuove albe spirituali, verso nuove aurore di vita, verso nuove conquiste di pensiero, verso nuove feste di luce; nuovi meriggi di sole.
Perché noi siamo amanti della lotta che libera.
Siamo figli del dolore che ascende e del pensiero che crea.
Siamo i vagabondi irrequieti.
I temerari di tutte le imprese: i tentatori di tutte le prove.
E la vita è una «prova»! Un tormento! Un volo tragico. — Un attimo fuggente!

VI.
La nostra volontà è eroica!
Tutto solleveremo in un turbine d’odio nel cuore del mondo e tutto tramuteremo in una tempesta d’abisso.
In uragano di culmini.
In grido di anime.
In urli di libertà!
Attraverso la celebrazione del vespro sociale tenteremo la realizzazione integrale della vita individuale: dell’Io libero e grande.
A ciò che la notte più non trionfi.
A ciò che la tenebra più non ci avvolga.
A ciò che il perenne incendio del sole eternizzi e perpetui la sua festa di luce sulla terra e sui mari!
Perché noi siamo i sognatori ardenti dell’impossibile: i pericolosi conquistatori di stelle!

VII.
Il fascismo — malgrado le vuote e contrarie apparenze è qualche cosa di troppo effimero e d’impotente per impedire il corso sfrenato e libero del ribelle pensiero che straripa e si espande irrompendo impetuoso al di là d’ogni diga e dilaga furente al di là d’ogni segno, trascinando — motore animatore e possente — dietro i suoi passi giganti l’azione gagliarda e titanica del duro muscolo umano.
È impotente perché è forza bruta.
È materia senza spirito.
È un corpo senz’anima.
Una notte senz’alba!
Egli — il fascismo — è l’altra faccia del socia¬lismo…
L’uno e l’altro sono due specchi senza luce: due astri spenti!
Il socialismo è la forza numerica — materiale — che agendo all’ombra d’un dogma si risolve e dissolve in un miserabile «no» spirituale che lo vuota d’ogni slegata elasticità volitiva, eroica, ideale. Il fascismo è un figlio epilettico del «no» spirituale che si brutalizza tendendo — ma invano — ad un volgare «sì» materiale.
Nel campo dei valori morali si equivalgono. Fascismo e socialismo sono due degni fratelli. Anche se l’ultimo si chiama Abele e il primo Caino. Un Sogno comune li unisce. E quel sogno si chiama Potere.

VIII.
Labari neri nel vento
chiazzati di sangue e di sole.
Labari neri nel sole
Urlanti di gloria nel vento!
Ciò che la guerra non ha fatto, e non poteva fare, può, e deve farlo, la rivoluzione!
O nere bandiere portate
nel pugno ribelle dell’uomo
— che fissa lo sguardo suo intenso
al di là della dominante menzogna
— garrite nel sole e nel vento.
garrite nel vento e nel sole.
La vittoria sorride lontano!…
Lontano — lontano — lontano!…
Nella gloria del sole e del vento!

IX.
Il fascismo ed il socialismo sono i cerotti del tempo: i temporeggiatori del fatto!
Sono fossili rabbiosamente cristallizzati che il dinamismo volitivo — di cui noi animiamo la storia che passa — travolgerà nella comune fossa del tempo. — Perché nel campo dei valori spirituali e morali i due nemici si equivalgono.
Sono le due facce della stessa medaglia.
All’uno ed all’altro manca la luce dell’eternità!
Solo i grandi vagabondi dello spirito — i portatori di bandiere nere — potranno essere il luminoso fulcro animatore dell’eterna rivoluzione che spinge il mondo in avanti.

X.
La nostra anima volitiva è multiforme…
È attraversata da palpiti ardenti di sole e da brividi frementi di stelle!
Siamo dei poeti ribelli e dei filosofi della distruzione.
Siamo degli anarchici.
Iconoclasti!
Individualisti,
atei,
nichilisti!
Siamo i portatori di bandiere nere.
Camminiamo nella notte
con nel cervello un sole.
Con negli occhi ardenti
due immense stelle d’oro!
Camminiamo!…
E nel teatro dell’umanità il nostro posto è alla più estrema di tutte le estreme sinistre.

XI.
Dietro i neri e giganteschi nuvoloni che ancor coprono il cielo lampeggia un crepuscolo rosso.
La tragica celebrazione del Vespro sociale si ap¬pressa!
L’ultima notte nera si farà vermiglia di sangue.
Di sangue e di fuoco.
Perché il sangue chiede sangue.
È vecchia storia…
E poi i nostri figli — i figli dell’Aurora — devono nascere dal sangue e forgiati dal fuoco.
Perché le nuove idee individuali devono nascere più vergini e belle dalle grandi tragedie sociali: dal turbine di nuovi uragani!
Ed è solo dalla grande catastrofe del fuoco e del san¬gue ove nascerà il vero Anticristo profondo d’umanità e di pensiero. Il vero figlio della terra e del sole capace di scavalcare i vertici e di scrutare gli abissi.
Perché l’Anticristo è Aquila e Serpente.
Abita i culmini e le profondità!
Egli — lo spirito dell’uomo nuovo — passerà at¬traverso le fumanti macerie del vecchio mondo distrutto per ascendere verso il mistero grandioso della vergine alba che viene!
Egli — bello e superbo — si ergerà sulle soglie del nuovo mattino saturo di forza selvaggia e scintillante di sovrumana bellezza per dire agli uomini restii: Avanti, avanti!
Corriamo al di là d’ogni sistema.
Corriamo al di là d’ogni forma.
Voliamo verso la suprema libertà.
Verso l’estrema ANARCHIA!

XII.
Noi — i liberi spiriti — i vagabondi dell’idea — gli atei della solitudine — i demoni del deserto che non ha testimoni.
Noi — i Mostri luminosi della notte — ci siamo già spinti verso le vette estreme.
Camminiamo nella notte
con nel cervello un sole.
Con negli occhi ardenti
due immense stelle d’oro!
Ed ogni cosa — con noi — deve essere sospinta verso le sue massime conseguenze.
Anche l’odio.
Anche la violenza.
Anche il «delitto»!
Perché l’odio dà la forza che osa.
La violenza e il «delitto» sono il genio che distrugge e la bellezza che crea!
E noi vogliamo osare.
Distruggere — rinnovare — creare!
Perché tutto ciò che è basso e volgare deve essere scardinato, distrutto.
Deve restare soltanto tutto ciò che è grande.
Perché ciò che è grande appartiene alla Bellezza.
E la vita deve essere bella.
Anche nel dolore.
Anche nell’uragano!…

XIII.
Noi abbiamo ucciso il «dovere» di solidarietà, a ciò che la nostra libera brama di spontaneo amore e di volontaria paternità acquisti un valore eroico della vita.
Abbiamo ucciso la «pietà» perché è un falso sentimento cristiano e perché vogliamo creare il nobile ed incompreso egoismo donatore.
Abbiamo strangolato il falso diritto sociale — creatore di umili, di imbelli e di mendicanti — a ciò che l’uomo scavi il suo «io» più profondo e segreto per trovare le potenze dell’Unico.
Perché noi lo sappiamo.
La vita è stanca di avere degli amanti rachitici.
Perché la terra è stanca di essere inutilmente calcata da lunghe falangi di pigmei salmodianti stupide preci cristiane.
Ed infine perché anche noi siamo stanchi di quei nostri “fratelli” carogne incapaci alla pace e alla guerra. Inferiori all’odio e all’amore.
Sì! Siamo stanchi e nauseati!
L’umanità deve essere rinnovata.
Occorre che echeggi sul mondo un epico e barbaro cantico di nuova e vergine vita.
Noi siamo portatori
di torce sfavillanti.
Siamo gli accenditori
di roghi crepitanti!
La nostra bandiera è nera.
La nostra strada è l’infinito.
E l’ideal nostro supremo
è il vertice o l’abisso!
Camminiamo!…
Camminiamo nella notte
con nel cervello un sole.
Con negli occhi ardenti
due immense stelle d’oro!
Camminiamo…
E se il nostro sogno fosse una chimera?
E se le nostre lotte fossero inutili e vane? E se la rinnovazione dell’umanità fosse cosa impossibile a compiersi?
Ah, no! Noi cammineremo egualmente.
Per la dignità di noi stessi.
Per amore delle nostre idee.
Per la libertà del nostro spirito.
Per la passione dell’anima nostra.
Per la necessità della nostra vita.
Meglio morire da eroi in uno sforzo di liberazione e autoelevazione che vegetare da impotenti e da imbelli in questa ripugnante realtà.
O bandiere nere.
O neri trofei,
segnacoli e simboli
dell’eterna rivolta.
Voi che siete i testimoni sanguinanti di tutte le au¬dacie umane:
Voi che siete scardinatori di tutti i pregiudizi:
Voi che siete i veri e soli nemici di tutte le umane vergogne — di tutte le bieche menzogne!
Voi che intrisi di dolore e di sangue cantate l’eterna rivolta.
Io vi stringo nel pugno mio forte
e tra le tempeste dei venti
vi innalzo in una gloria di sole.
In una gloria di sole e di venti…
Di venti di sole e di luce!

Renzo Novatore

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